Gioie e dolori dell’autoproduzione: io a volte la odio

Autoproduzione gioie e dolori

Non odio l’autoproduzione. L’autoproduzione è un mestiere bellissimo: è toccare, conoscere, trasformare, assaporare. È faticare, attendere, sperare e gioire. L’autoproduzione è molte cose, ma soprattutto è un raro contatto che ci riporta in noi stessi attraverso la creazione di un qualcosa al di fuori di noi.

Quando faccio il pane, oppure lo yogurt di soia, riscopro un fattore che spesso resta sopito durante le mie giornate: quello della potenzialità. Un ammasso di farina, in potenza, è pane; lo stesso vale per un litro di latte di soia che nel futuro prossimo diventerà yogurt, mentre, a loro volta, i semi di soia saranno latte. Così le mie mani passano dal giochicchiare con una manciata di semi secchi simili alle biglie, all’affondare il cucchiaio in una caraffa colma di soffice yogurt, in poche ore.

Mi piace fare latte, yogurt e pane in casa perché mi nutro del potenziale della lievitazione, della fermentazione e della speranza per trasformarmi in qualcosa di nuovo e di più profondo. Nell’attesa si cresce, nella speranza si migliora e mi sembra di farlo ogni volta che è in atto una piccola trasformazione nella mia cucina.

Quello che a volte non sopporto dell’autoproduzione è il fatto che mi mette davanti ai miei limiti. Non c’è nulla di più odioso di chi commenta:”Ah ma io quella roba non la compro, la faccio in casa!” con l’aria di chi ti dà del capitalista sventolandoti in faccia il libretto rosso di Mao a mo’ di distintivo. Ammiro chi autoproduce molte delle cose che consuma, amo meno chi si fa il burro d’arachidi in casa credendo di aver salvato il mondo dal surriscaldamento globale.

Quando mi sento colta in fallo perché ogni tanto compro la nocciolata invece di farla in casa, penso a come sarebbe la mia vita se autoproducessi il possibile. Sarebbe un’esistenza di corsa, anzi, alla rincorsa di un tempo che non ho, una frustrante scalata verso la perfezione che mi farebbe somigliare a una frigida gattara*.

Lavoro, sbrigo le faccende di casa, faccio del mio meglio, come tutti. Per aspirare all’autoproduzione come stile di vita, dovrei cambiare radicalmente la mia esistenza accompagnandola a una decrescita significativa che mi esporrebbe a una serie di rischi economici e relazionali, almeno all’inizio. Beh, io non sono pronta.

È a questo punto che squillano le trombe: non sono perfetta e non voglio esserlo, il mondo in cui vivo è spesso e volentieri ingiusto ma io voglio starci dentro. Non ho la pretesa di salvare il pianeta e non credo di starmici avvicinando per il fatto di essere vegana. Non voglio puntare il dito contro chi compra la maionese invece di farsela a casa, non rompo le scatole a chi frigge, a chi usa la margarina, a chi cede all’olio di palma. Il mio percorso di crescita si basa sull’accettazione delle contraddizioni, le mie e quelle altrui, per aspirare al loro superamento.

È a questo punto che mi sento di fare una dichiarazione solenne e liberatoria: quando faccio il tiramisù vegano uso una panna di soia da montare che farebbe impallidire qualsiasi salutista e lo faccio a cuor leggero. Mi è capitato di comprare dei noodles con il glutammato e le patatine fritte me le mangio eccome.

Cerchiamo tutti di migliorare, diamoci del tempo. Forse fra un paio d’anni dirò addio allo zucchero e farò la pasta fatta in casa, ma per ora sto bene così. Qui nessuno vuole scaricarsi la coscienza, si tratta solo di vivere in prospettiva, la propria. Chi sono i vegani se non un gruppo di persone accomunate da un fattore importante ma diverse per una miriade di altre componenti?

A chi commentò una mia ricetta con uno sdegnato: “Ma come, e quindi io da vegano dovrei friggere?” potrei rispondere che la frittura è un metodo di cottura che non implica l’utilizzo di alimenti animali né la tortura di qualche essere vivente. Invece, mi sento di dire questo: “Lei, da vegano, faccia quello che si sente, io da vegana, vado a friggermi un paio di melanzane seduta stante”.

L’autoproduzione è una cosa bellissima, l’autoesaltazione è solo un mezzuccio per non ammettere chi siamo.

 

*che non si offendano né le frigide, né le gattare, due categorie di persone rispettabilissime che semplicemente non mi rappresentano in questo momento storico (ma chissà)

 

 

 

 

 

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